In un mondo di rumori assordanti, le emozioni stanno alzando la voce ed è ora di dare loro l’ascolto più grande.
Passo velocemente le notizie principali sul Corriere online, quando la mia curiosità cade sul titolo di un trafiletto a destra della schermata che dice “Mettiti nelle mie scarpe”.
Clicco sopra al titolo prima che la pagina si ricarichi e mi rimandi in alto alle prime notizie, perché i minuti che dedico a questa attività sono così pochi che quando succede poi non riprovo più.
L’articolo parla della presenza a Milano di una installazione speciale, un adattamento italiano dell’opera d’arte esperienziale A Mile in My Shoes del londinese Empathy Museum e ideata dall’artista e curatrice inglese Clare Patey. È una gigantesca scatola di scarpe in cui si può entrare e sedersi. Una volta dentro, si può scegliere una vera scatola con vere scarpe, lasciate lì da persone sconosciute insieme alla loro storia, un audio di 15 minuti da ascoltare in cuffia mentre si cammina indossando le loro scarpe. Questo esercizio di empatia, mai come adesso, dovrebbe diventare un appuntamento fisso per tutti noi.
Quanta empatia riusciamo a trovare nella nostra vita?
L’isolamento in questo tempo di emergenza ha creato mura invisibili nell’anima. Il cuore è un muscolo che si può allenare. Ha bisogno di nutrirsi e rafforzarsi attraverso i suoi battiti, e non c’è esercizio migliore per il cuore che dare ascolto alle emozioni.
Ormai sono poche le occasioni nelle quali ascolto con la A maiuscola. Immergere i piedi in un’altra vita può essere un momento di silenzio dai pensieri.
In totale ascolto la testa si ferma, a rispondere è il cuore. Si risveglia da un lungo sonno e dà voce, anzi orecchie, alle emozioni. Un cuore con le orecchie muta il silenzio da distacco a condivisione.
I bambini parlano tanto con il cuore, è il primo che risponde, perché quando si è piccoli il cuore ha ancora le orecchie attaccate. Se ci fermiamo ad osservarli mentre ascoltano rapiti una storia, possiamo sentire il loro respiro che si ferma e il cuore che batte come a scandire ogni parola e suono, dona a piena voce alle emozioni prima attraverso l’euforia, poi il pianto, in un continuo alternarsi di giorno e notte in un battito di ciglia.
Quando abbiamo smesso di ascoltare con il cuore?
Possiamo dare la colpa di questa sordità emotiva alla crescita fisiologica, che plasma il fisico riflettendosi sull’anima. Il corpo si allunga, quando cresciamo il cuore si allontana sempre più dalla testa e dalle orecchie, che invece restano attaccate ad essa. Le emozioni che nascono da quel rapporto speciale tra le orecchie e il cuore vengono tradite da mille pensieri che si insinuano come pettegolezzi tra due amanti, indeboliti come braccia alzate che attendono di poter parlare. Quando finalmente riescono, le emozioni rischiano di rovesciarsi con troppa forza come acqua corrente in una cascata, come il vento che travolge un albero. Dopo, il corpo è esanime, il cuore senza fiato, l’anima è svuotata, la testa è persa.
L’empatia è la palestra dell’anima, delle emozioni. Ascoltare con il cuore può renderci allenatori di noi stessi, dotarci di una forza interiore che nutre ogni parte del nostro corpo. Un cuore con le orecchie è una ricchezza che aumenta quando viene spesa, perché l’empatia restituisce più di quanto dona. Quale investimento migliore potremmo mai trovare?