Obiettivo di riflessione:
Scrivere della propria paura può diventare l’occasione di una strada tortuosa che conduce a luoghi inaspettati e troppo familiari, lasciando intravedere nuovi orizzonti di libertà.
La mia paura? Mi viene quasi da ridere…
Le mie paure, vorrai dire! Perché a pensarci ho sempre vissuto con la paura. Paura di morire, paura di fallire, paura di perdere, paura di star male, paura di fare brutta figura, paura di non essere adeguata, paura di non essere amata, paura di non essere accettata, paura di volare, paura degli estremi… e ogni volta la paura mi paralizzava o mi faceva fuggire, comunque mi frenava, decideva lei per me. In gergo si parla di blocco o di evitamento: la paura è una delle emozioni più antiche, risiede nella amigdala, la parte più vecchia del cervello, serviva ai nostri antenati per scappare, per attaccare o nascondersi immobili, per sfuggire alle minacce di bestie feroci o nemici. Ma quando la paura non ha mai un vero oggetto si può trasformare in qualcosa di patologico, in ansia o nel terrore dell’attacco di panico. E’ una emozione parassita se diventa esorbitante, ripetitiva, se diventa rimuginio mentale. La paura è bisogno, e nel bisogno non c’è mai desiderio, non c’è mai amore.
Dentro sono sempre stata prudente, tollerante, compiacente, sempre trattenuta, anche se fuori esplosiva allegra, socievole. A vedermi nessuno l’avrebbe detto. Ma non mi avventuravo mai fuori dal mio recinto, fuori dalla mia comfort zone. Non rischiavo mai, non provavo mai ad andare oltre i miei limiti. Anche nelle mie passioni sportive. Vincevo spesso, non sbagliavo mai, non rischiavo mai: avevo paura di perdere! Non potevo permettermi di perdere! Chissà perché poi? E ’solo un gioco no?
E ora mi accorgo che la paura ha sempre deciso per me, non i miei desideri, non ciò che davvero volevo. E quando non siamo noi a decidere, non ci crediamo mica tanto a quelle scelte, oppure fingiamo per adeguarci, come se non avessimo altra scelta. Non siamo mai liberi davvero! La paura è una prigione, muove a scelte obbligate. E oggi alcune volte mi sento vuota, come se altri avessero fatto le mie scelte, altri che sono una parte di me: le mie paure.
Il mio lavoro invece quello l’ho scelto io, per passione vera, e lo tengo caro, e ci sto bene dentro quel vestito, e mi so muovere e non ho mai paura di sbagliare o di perdere qualcuno, o so anche essere perentoria, diretta, non so mai compiacere nel mio lavoro, perché sono mossa dal desiderio e quindi verso… e non dalla paura o dal bisogno.
Ecco il metro con cui riconoscersi, ed essere se stessi… il desiderio.
E ricostruirsi significa ogni giorno chiedersi se quella cosa va bene per me, se voglio davvero farla quella attività, se le mie parole corrispondono ai miei pensieri più autentici .
Esporsi alle proprie paure… piano piano. Oppure pensare a una paura più grande. Riempire il vuoto sostando dentro di sé.
E così nuove energie volano, la voglia di conoscersi sperimentando, andando oltre. Piano piano. Perché, se è stata davvero la paura a muoverti, non ci si conosce, perché non ci si è mai fermati a guardarsi dentro, a leggere i propri desideri, a esprimere la propria verità emozionale.
Brava, Cinzia. Il desiderio non deve fare paura, tutt’altro! È il motore e L’Unità di misura per scegliere.
Sei stata coraggiosa a scrivere di te!!
Il desiderio ha vinto la paura di uscire furi restando dentro di sé!