Francamente si avrebbe voglia di parlar d’altro, ma sette donne uccise in dieci giorni sono una stretta alla gola che non lascia respirare. E allora cerchi voci che incontrino il tuo pensiero e il tuo sentire.
Ultimamente su Repubblica sono usciti tre articoli: di Massimo Recalcati , di Cristina Comencini e di Elisabetta Camussi.
Recalcati, che già a febbraio aveva scritto un articolo dal titolo “Perché la violenza sulle donne è razzista”, ora riprende quelle tematiche (“Perché odiano le donne”, 24.8.21) per parlare delle radici della sessuofobia talebana, evidenziando come le analogie donna-democrezia-mondo portino alla persecuzione della donna come simbolo della libertà del mondo, inassimilabile alla purezza dell’ideale: l’odio verso le donne è in pratica odio verso il mondo, che è luogo dell’aperto, dello scambio, dei legami, delle contaminazioni, del pluralismo, della libertà; la donna è per eccellenza simbolo del mondo.
Ma i femminicidi che avvengono qui “nelle nostre città, nel nostro quartiere, nel condominio in cui viviamo” (Elisabetta Camussi “Quelle storie di tutti noi”, 14.9.21) ci fanno tornare con l’attenzione al nostro Occidente. “I giornali ci raccontano la cronaca dell’ennesima uccisione […] ma è raro trovare un’analisi profonda, un vero commento […] Raro che si mettano insieme i dati e si faccia un ragionamento […] che si scriva per capire fino in fondo l’origine delle cose” (Crisina Comencini “Il coraggio delle donne”, 11.9.21)
Camussi dice bello chiaro che i femminicidi “sono l’esito estremo di una cultura, la nostra, nella quale la parità tra uomini e donne non è mai esistita”.

L’originalità del suo sguardo, a mio parere, sta nel fatto che lo tiene puntato sul “due”, non sull’ “uno e poi l’altro”: anche per farsi le domande bisogna partire dal due, dal “noi”: un noi utopico, ma questa volta nel senso di “buon luogo” anziché di “non luogo”.
La stessa Cristina Comencini, in un suo articolo del 16 febbraio scorso su Repubblica; aveva chiarito che non si tratta di chiedere agli uomini di farci spazio, ma di costruire con loro uno spazio per due, e che questo “non è chiaro ancora e non è realizzato”.
In quest’ottica Camussi elenca interessanti interrogativi: “Dov’è il limite alla mia libertà di donna….? Chi mi ha insegnato fino a che punto devo accettare il comportamento del mio partner, lo devo comprendere, supportare? Ed io, uomo cresciuto sentendo che da me ci si aspetta che sia forte, capace, sempre in grado di decidere, risolvere, provvedere…., come posso gestire le mie debolezze, le mie emozioni, la paura di essere abbandonato e il giudizio negativo che gli altri ne daranno?”
E poi, cosa significa stare in coppia oggi, tra ruoli, aspettative…, stereotipi?; i quali non è che si possono eliminare, perché “il nostro sistema cognitivo non può fare a meno di questi sistemi semplificati e automatici di organizzazione delle informazioni, che sono esattamente ciò che ci permette di orientarci nella complessità del mondo” evidenzia ancora Camussi, che sostiene la necessità di “sviluppare una “consapevolezza” dei nostri stereotipi e delle sistematiche disparità che ne derivano per poter su queste intervenire”, tenendo ben presente che (continua) “la violenza di genere si previene con una cultura delle pari opportunità (vere!). E che questa cultura va costruita attraverso un approccio sistemico” e indica un panorama di riferimenti a contrasto di stereotipi e disuguaglianze, tra cui, ovviamente, la scuola.
E sulla scuola, che è stata il mio lavoro, vorrei concludere, riportando una sintesi mirabile della Prof.ssa Maria Pia Veladiano, ospite della trasmissione Quante storie il 13 scorso: “Se riusciamo a farla funzionare come laboratorio del “noi” è fatta, la società è salva”.
Sottoscrivo.